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IL CORNIOLO Cornus mas ( Cornaeae) cornolaro
Arbusto alto 1-


IL BIANCOSPINO Crategus monogyna (Rosaceae) Spin bianco, marendole
Cespuglio o alberello spinoso adattato al clima secco ed ai terreni poveri. Può essere utilizzato per siepi spinose perché resiste alle potature. Produce fiori bianchi che negli infusi svolgono un'azione tonica del sistema cardio-


PALLON DI MAGGIO O PALLONE DI NEVE Viburnum opulus ( Caprifoliaceae)
Cespuglio da medio a grande che predilige la mezz'ombra. Produce a maggio fiori bianchi profumati riuniti ad ombrella, dei quali quelli centrali fertili e quelli esterni, più grandi, sterili. I frutti, non commestibili, sono drupe giallo-


PRUGNOLO Prunus spinosa ( Rosaceae) Spin nero
Arbusto o alberello spinoso, adatto a siepi impenetrabili. Fiorisce a marzo con piccoli fiori bianchi che compaiono prima delle foglie. I frutti sono drupe rotonde, blu-


NESPOLO Nespilus germanica (Rosaceae) nespoàro
E' una pianta originaria dell'Asia minore, introdotta in tempi antichi. Produca grandi fiori solitari bianchi a fine dei rami. Produce un falso frutto a pomo che persiste lungamente sull'albero in autunno. Le nespole per diventare mangiabili devono essere raccolte ad ottobre e fatte ammezzire nella paglia. Si possono fare anche marmellate.


IL GELSO Morus alba (Moraceae) moràro
Albero alto fino a 10 metri con chioma molto espansa a foglie grandi caduche. Ha frutto composto, sorosio, chiamato mora per la somiglianza con quello del rovo. Pianta importata dalla Cina nel XIV secolo per l'allevamento del baco da seta (Bombix mori), fino a qualche decennio fa allevato largamente in Pianura Padana. A Padova é celebre la Stazione Bacologica Sperimentale, fondata per decreto (1871) del re Vittorio Emanuele II ed oggi visitabile, nella parte delle collezioni, assieme al Museo Esapolis.

MORARI ...
Da "Ultime lettere di Jacopo Ortis" di Ugo Foscolo: <<Sacro gelso! ti ho pure adorato; ti ho pure lasciati gli ultimi gemiti e gli ultimi ringraziamenti>>
Dal libro di Roberto Valandro "IN-
(...) << e i filari di piante maritate alle viti, le bine e gli òpi, e il susseguirsi di noci dalla chioma maestosa: proprio questa é la realtà agreste che meglio esprimo nel mio subconscio, assieme al moraro, l'identità contadina.
Forse perché i loro frutti li cercavo goloso. Il gelso offriva una duplice varietà di succose more: bianchicce o rossastre, dolcissime a voler attendere la giusta maturazione, acidule se colte impazientemente al primo trascolorare. Le foglie, strappate ormai da poche mani callose, sapevo costituire l'alimento per bachi ingordi, i brulicanti cavalieri allevati in quasi tutte le case pensando alla dota delle ragazze, alle minute spese donnesche. E il legno ben stagionato era buono per attrezzi, per sedie impagliate, per gli enormi caregòni, rusticani tronetti da cui il partiarca governava la non sempre sottomessa comunità parentale, attorniato da fratelli, figli, nipoti e pronipoti
L'allevamento del baco da seta era molto diffuso dalle nostre parti tra la metà dell'800 ed il secondo dopoguerra. Molte famiglie tenevano i gelsi lungo i canaletti di scolo ed a bordo delle proprietà e li capitozzavano per poter meglio raggiungere le preziose foglie con cui allevare i bachi e all'occorrenza nutrire gli animali domestici.
Le foglie del gelso dovevano essere asciugate e tagliuzzate prima di darle ai bachi, i quali venivano tenuti al caldo, nelle cucine o se si era fortunati in luoghi appositi, al riparo dalle correnti e dal freddo.
La lavorazione della seta avveniva nelle filande ed era prerogativa quasi esclusiva delle donne e nell'800 anche dei minori.
Era un lavoro durissimo di 10-
Bellissima è la filanda di Salzano ( VE), risrutturata da pochi anni e trasformata in un museo.
http://salzano.provincia.venezia.it/filanda/index.htm
<< Gò vardà i salgari dove faseva i gnari i merli, gò sercà par gnente le piantarele de vigne che ombregiava i canpi, gò sercà, senza catarle, l'erba saèna, le farfale co le coete che svolava come aquiloni sora i fiori e gò visto un mondo vodo, fredo, tuto difarente da quelo che ogni tanto salta fora inte i me ricordi(...)
Parfin le socate ormai marse me ricordava quando che le jéra piene de funghi o, ancora prima, quando le jéra àlbari piene de rame e de vita>> da " LA FADIGA DE ESSARE OMO Frammenti di vita in Veneto" di Walter Basso Edizione Scantabauchi 2003.