POESIA E NATURA - LIPU sezione di Padova

Cerca
Vai ai contenuti

Menu principale:

POESIA E NATURA

NATURA

Natura é musa ispiratrice dell'uomo e compagna di Techne. Da lei originano il pensiero ed il sogno, con lei arte e tecnologia traggono le migliori energie ed invenzioni.

Lasciamo questa pagina a quanti vogliono pubblicare qui poesie e racconti di natura.
Ringraziamo di cuore il nostro socio Stefano Caldiron che ci ha dato quest'idea e ci ha permesso di pubblicare i suoi scritti, di condividerli e di innalzare un vibrante elogio alla natura.




Io e le parole


Le parole sono dolci per me
anelli di catena
perle di collana
da sgranare piano fra le dita


Amiche,
vengono dal silenzio
e lì ritornano
come la rondine vola
ferma contro il vento
poi l'ala sghemba
e la picchiata
audace

Non hanno senso
da sole sono vuote
involucri da
riempire
tele
da dipingere
suoni
da ascoltare
non hanno senso
senza la nostra
anima
Vola la rondine
instancabile vola
tracciando curve
armoniose e tornando.


Anelli di catena
interminabile
perle di collana
inestinguibili


Ma
solo
le parole
silenti
si prestano
al gioco
solo quelle che non turbano
la musica
l'armonia


Come la rondine
immobile
un attimo
interminabile
di equilibrio
ferma nel vento
e posso vederla
bene
bianca e nera

Perché dal silenzio
ho avuto pace
e al silenzio
mi hanno riportato
le parole

Autore Stefano Caldiron

..............................................


Di quella volta che vidi la morte
potrei raccontare
quattro zampe
(capriolo o camoscio)
uscivano da quel carniere
(carniere che brutta parola)

Vidi la morte ero in montagna
la sera passò il cacciatore
sul volto il sorriso
era un ghigno rubato dal male
quattro zampe sporgevano nude
non so dirvi
se capriolo o camoscio
tutto stava
lì dentro un carniere
carniere
che orrenda parola

Spargeva tristezza d'intorno
e silenzio
silenzio di morte

morte
intendo
di urla e dolore

Autore Stefano Caldiron


Il falco     


La natura ha dato al falco
la lentezza

Perché vola lento
a volte quasi immobile
e ascolta

ascolta la natura sotto
di sé
immobile


La natura
ha dato al falco
la vista
e il discernimento
l'intelligenza
e la prontezza

Il più piccolo movimento
che ricordi
una preda
e già
lui è arrivato
il vento la caduta
non esistono
solo un punto nella pianura
fra l'erba
o nell'acqua
e il ghermire


La natura
ha dato al falco
la lentezza

autore Stefano Caldiron





Il rondone


Il rondone davvero
è velocissimo

Guardarlo
può stancare gli occhi
dell'osservatore

che comunque
non coglie tutta
l'armonia
del volo

La picchiata,
per quanto rapida
è come un gioco

sembra quasi,
guardandolo,
che né l'aria
né il vento
o nessun altro elemento
possano mai
atterrirlo
o preoccuparlo

che sempre
girerà veloce
inconsapevole
alla ricerca della preda
in quel gioco serio
che la natura gli ha dato
mantenersi in vita.

Frementi
agitazione
e pace
tensione
e
tranquillità
che nasce dal dominio
delle forze.

Il vento forte
gli dà energia
di cui
si alimenta
instancabile

Autore Stefano Caldiron



...............................................................


L'aquila vola più in alto
dove i venti sono eterni
dove non giunge né nebbia né nuvola
né grido di animale

l'aquila da sola tutto il tempo vive
del ricordo di sé
che le dà il silenzio
il silenzio che giunge dal rumore del vento
dal vento eterno dal rumore del vento

dove vola l'aquila che non sa
non sa cadere

quando giunge in alto
i venti sono carezze
da un unico soffio

Quando i venti stancano
l'aquila
allora l'aquila
scende
quando i venti chiamano
l'aquila
quando i venti chiamano
va

L'aquila
un giorno scese
dalle sue altezze
e prese casa qui,
sulla terra

 
autore Stefano Caldiron

Castagneti


La primavera è passata
e anche l'estate
ha dato i suoi frutti
giunta al compimento
il giorno regala ancora
il pieno calore

nel bosco cammino e vedo
una foglia
sola
cadere

sul sentiero
castagne dell'anno passato
mai raccolte
e ricci acerbi in terra
di questo raccolto
a venire


Castagneti
ogni stagione ha i suoi frutti
e tutto ritorna
dolce uva
sapida e grassa castagna
dolce anch'essa
piena maturità
della terra
ciclo concluso
nutrimento dato


tutto ritorna
anche
la primavera

Stefano Caldiron


I delfini


ma qui non esiste il male

mentre correvo fra le onde per sempre
e la mia mamma mi seguiva
non ricordo è stato
un momento in cui ho visto il male.

Vaghiamo liberi nel mondo che ci circonda
nel mondo di corallo e di luce
e nelle profondità del mare
corriamo liberi
e inseguiamo quest'acqua blu
e tutto quello che contiene
e il mondo di fuori
di fuori dall'acqua
lo vediamo e i suoni cambiano
e poi ancora
andare
liberi
poi ci troviamo insieme
ai limiti della corrente
nella deriva
e non manca il frutto del mare
e sogniamo
perché quassù non c'è il male


E ho imparato a cantare
la lingua dei delfini
ho cantato
le onde del mare
e l'uragano quando arriva
e ho corso
per gioco
e questo è avvenuto tante tante volte
molte stagioni fa
e ora sono libero
nel mare
libero
mi accompagna
sui fondali lucenti di cristallo
e al mondo di fuori
a farsi carezzare
dal sole e dal vento
del mondo di fuori
perché qua non c'è il male.

autore Stefano Caldiron



........................................................


E io volevo toccare
la terra
umida e silenziosa
fresca e amata


e volevo sentire il suo sapore buono
quello che fa

fresco e profumato
gentile

e volevo toccare il cielo sapere il cielo

autore Stefano caldiron

Le rondini di Marghera



Quella primavera andavo sempre a guardare le rondini.
Ci andavo dopo mangiato, avevo venti o trenta minuti nella pausa del lavoro. Ero da solo, non avevo stretto ancora legami con nessuno, e allora prendevo una stradina, subito vicino al grande piazzale di cemento, che mi portava in un lembo di campagna ancora intatto, miracolosamente. Trovavo filari di altissimi pioppi, salici, ontani, e un grande prato in fondo al quale, ma distante, si scorgevano nuovi capannoni, e vecchie case.
Lì osservavo le rondini.  Erano un gruppo, saranno state cinque o sei.
Volavano spesso basse, a pochi metri dal suolo, con tratti di volo radente.  Così facendo, dividevano lo spazio coi loro lontani cugini, i rondoni, che garrivano altissimi, nell'azzurro chiaro.
Ogni rondine si sceglie un percorso, molto ampio, e lo ripete, innumerevoli volte. Io ne sceglievo una, ne individuavo esattamente il tragitto, quindi mi avvicinavo piano, e fermandomi a qualche metro attendevo il nuovo passaggio. La osservavo avvicinarsi, non intimidita dalla mia discreta presenza; riuscivo allora a vedere, vicino, il guizzo emozionante e imprevisto per cogliere la preda; oppure, il puntare dritto e deciso verso un punto; ancora, gli eleganti movimenti delle ali, della coda, il suo stringersi e aprirsi; tutte le imprevedibili variazioni attorno al percorso di base, l'imprendibile e spirituale indaco del dorso.
Man mano che frequentavo il prato, mi avvicinavo sempre più; e avevo la sensazione precisa e certa di stabilire, lentamente, un rapporto con tutte loro. Anzi, seguendo le mie sensazioni, posso dire che, dopo un breve periodo di studio, di alcuni giorni, mi avevano accettato, e catalogato come non pericoloso: e poi, col tempo, questo rapporto si trasformava in amicizia. Sapevo che mi conoscevano, e il mio andare da loro era visto sempre più come una visita.
Alla fine, potevo mettermi in posizione adiacente al percorso: il magico essere mi passava vicinissimo, per nulla disturbato dalla mia presenza, che era comunque sempre piena di rispetto e di amore, sempre discreta. Un giorno volli mettermi sul percorso stesso, per una sola volta: accadde che deviò, appena quanto bastava per evitarmi, passandomi a una spanna di distanza.
Il prato cresceva nella primavera, e arrivò piena la gloria dell'estate. Un giorno, da un roveto, colsi le more più grosse e gustose che non abbia mai trovato in vita mia.
Ebbi modo allora di ricontare il gruppo. Erano nove.
L'estate passava; alla fine di agosto l'uomo e il progresso cominciarono a scavare, vicino alla strada, nuove fondamenta, e le rondini abbandonarono il campo.
Ma io sapevo che c'erano: ogni tanto le vedevo passare ancora, in lontananza.
Poi venne l'autunno. Un altro inverno passò. Arrivò marzo, i primi segni di quella che sarebbe stata un'altra primavera.  Nel frattempo avevo conosciuto un collega, Gianni, come me amante della vita e della natura.
Io pensavo alle mie rondini. Ecco, pensavo, torneranno, mi saluteranno. Ne parlavo a Gianni, gli dicevo che tornando sarebbero passate a salutarmi. E così avvenne. Una mattina prestissimo di un giorno ai primi di aprile, arrivando in macchina, costeggiavo quello che era stato il campo, di cui vicino alla strada era rimasto un pezzo ormai piccolo. All'improvviso mi passarono davanti, sfiorando il parabrezza. La stessa cosa poi avvenne ancora, sempre nello stesso punto, nei due giorni seguenti.
Ma non mi bastava. Dicevo a Gianni che mi conoscevano, che sapevano chi ero, che eravamo amici. Le vidi passare, sul grande parcheggio, e nel cortile interno della grande azienda, altre due o tre volte.
Passò il tempo. Tornò lo splendore di giugno. Il calore. Improvvisamente, venimmo a sapere che il nostro periodo di lavoro nella grande azienda era finito. Dicevo a Gianni che mi avrebbero salutato anche alla partenza.
Arrivò l'ultimo giorno di lavoro. Il pomeriggio.
Gianni ed io andammo a bere il caffè. Per andare al bar della mensa dovevamo uscire dall'edificio principale e attraversare dieci metri di spazio aperto. Così facemmo.
C'era qualcosa nell'aria. Stavamo attraversando quello spazio, dove era un piccolissimo prato.  Istintivamente mi girai. "Guarda!" ebbi il tempo di dire. Due rondini si dirigevano verso di noi. Riuscii a indicarle mentre passavano sopra le nostre teste. Esattamente sopra di noi, prima l'una poi l'altra, emisero quel verso, simile al cinguettìo dei passeri, poi scomparvero.

Torna ai contenuti | Torna al menu